Risparmio sfumato: Cosi' il sistema Zonin ha piegato Vicenza



Cosi' il sistema Zonin ha piegato Vicenza

Dalla voragine alla valanga

di FRANCO VANNI
MILANO - Il meccanismo è quello della valanga. La voragine nei conti della Popolare di Vicenza, che ha messo sul lastrico molti dei 118mila soci, cresce fino a travolgere la banca. Già prima del 2008 l’istituto guidato per 19 anni da Gianni Zonin offre prestiti a “soci amici” in cambio dell’acquisto di azioni BpVi, con garanzia di riacquisto o di un rendimento. La pratica si trasforma, fino a divenire la leva per sostenere la crescita del gruppo e le ricapitalizzazioni del 2013 e del 2014. Se gli strumenti evolvono, lo scopo non cambia: ricapitalizzare la banca e garantire denaro fresco agli amici. Ma il il debito cresce. E negli ultimi due anni dell’era Zonin, dimessosi il 23 novembre scorso, l’acquisto di azioni viene imposto ai risparmiatori. Gli stessi che, disperati, il 2 giugno hanno manifestato alla tenuta di Gambellara, cuore delle attività di Zonin.

Il report nascosto. Per capire come le azioni di BpVi siano crollate in pochi mesi da 62,5 euro a dieci centesimi, e poi rastrellate da Fondo Atlante, basta leggere le 25 pagine della relazione depositata il 21 agosto 2015 dall’audit interno a Francesco Iorio, subentrato nel maggio a Samuele Sorato come amministratore delegato e direttore generale. Un documento che la gestione Zonin ha nascosto, ma che oggi è agli atti dell’inchiesta della procura vicentina, con indagati per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza Zonin, Sorato e altri quattro ex manager di BpVi. Il report dimostra che a Vicenza c’era una “banca nella banca”, riservata a un’élite. E i danni ricadono sui piccoli soci.

La banca nella banca. L’analisi dell’audit si concentra sulla concessione di finanziamenti correlati all’acquisto di azioni BpVi. Il ricorso alle “operazioni baciate” comincia “prima del 2008” con “primari clienti storici come i fratelli Ravazzolo, Piergiorgio Cattelan, Ambrogio Dalla Rovere, Francesco Rigon”. Per consolidarsi nel 2009 con operazioni di importo significativo, rivolte a “soci amici” per supportare “esigenze svuota-fondo”. A trattare con i soci sono Sorato e Giustini (anche lui indagato), suo vice e responsabile dei Mercati. Le operazioni baciate o “big ticket”, attivate e chiuse in sei mesi, prevedevano che al socio disposto ad acquistare azioni fosse garantito un compenso pari alla differenza fra dividendo e costo del finanziamento, cui si aggiungeva la plusvalenza ricavata dalla vendita dei titoli. In pratica, guadagnava due volte.

Il "metodo Rizzi". Alle operazioni baciate si aggiungeva il metodo messo in atto da Roberto Rizzi, gestore Private dell’area vicentina: l’erogazione di un finanziamento di importo superiore al valore delle azioni acquistate e un compenso fra 1 e 1,5 percento accreditato al socio direttamente sul conto corrente. L’audit sospetta vi fossero irregolarità nei contratti e nei meccanismi di giroconto.

Le lettere alla direzione. Nella fase iniziale, per i grandi soci il rischio era nullo. Dal 2009 le lettere di impegno al riacquisto o ad altre forme di remunerazione pattuita ammontano a 248,8 milioni di euro. Le prime lettere sono firmate da Sorato in persona. Nel 2011, dopo l’apertura della filiale in piazza Venezia a Roma, il trattamento riservato agli amici veneti viene garantito a nuovi clienti. Riporta l’audit: “Gruppo Degennaro, Bufacchi, Torzilli, Gruppo Marchini”. Quest’ultimo è il gruppo riconducibile ad Alfio Marchini, candidato sindaco a Roma, le cui società hanno ricevuto130 milioni, di cui 75 iscritti come “incagli” e difficili da recuperare. Nel 2012 Banca d’Italia fa una verifica sulla concessione di credito da parte di BpVi, “analizzando i primi 20 soci, chiedendo le proposte di fido ed i movimenti di conto corrente senza formulare rilievi”. Intanto la valanga cresce, per mole e velocità.

Vendi o ti licenzio. Nel 2013 il fenomeno dei finanziamenti in cambio dell’acquisto di azioni assume “maggiore rilevanza per importi e numero di operazioni”, si legge nell’audit. Per ricapitalizzare, la direzione segnala ai capi area la necessità di vendere azioni a chiunque chieda prestiti. E minaccia “il licenziamento in caso di obiettivi mancati”. È il giro di vite. Se i venditori avanzano dubbi, la risposta è che “investitori istituzionali come Fondi Optimum e Athena sono interessati alle nostre azioni”.

Il premio fedeltà. Con gli aumenti di capitale del 2013-2014, gli interessi relativi ai finanziamenti sono compensati con cessione di azioni come “premio fedeltà”. Oppure, se la remunerazione promessa non è raggiunta, la banca compensa il socio con “storni non giustificati”. Un’altra modalità è l’acquisto di azioni per il 50 per cento dell’importo e la sottoscrizione di un time deposit a tassi del 4 percento. Il meccanismo dei “fidi per operazione K” prevede invece vendite di azioni per il 10 per cento del totale del credito concesso. E il 14 ottobre 2014 viene deliberata la “riqualificazione degli impieghi”, per “sostenere i clienti di elevato standing creditizio”. Il prezzo dei titoli varia con la percentuale delle azioni sottoscritte.

Nell’aumento di capitale da 506 milioni del 2013, la vendita di azioni il cui acquisto è correlato ai finanziamenti pesa per 136 milioni. Salgono a 146 milioni su 607 totali nel 2014. Nel biennio 2013-2014 il valore delle azioni acquistate come contropartita di credito concesso ammonta a 506 milioni, tenendo conto delle operazioni sul mercato secondario e di altri finanziamenti a “Bpv Finance (Jupiter, Makalu, Sorgenia), al Gruppo Marchini e al fondo Agris”. Facendo un’analisi sui soci che avevano avuto accesso al credito, l’audit individua altri 481 milioni di azioni acquistate. A conti fatti, sono 941 milioni di azioni vendute come condizione per la concessione di credito. Più della metà - il 54 percento, 505 milioni – è in mano a 50 grandi clienti fra Vicenza e Roma.

Le responsabilità. “L’ideazione e l’esecuzione” delle “operazioni non ammissibili” - scrive l’audit - “sono avvenute ad opera e sotto la regia” di Sorato e Giustini. Le strategie venivano “imposte ai direttori regionali e capi area con pressioni e minacce” relative al “mantenimento di ruolo e posto di lavoro”. Pressioni efficaci, al punto da “dissuadere dal segnalare i comportamenti anomali”. Sorato e Giustini avrebbero “ostacolato con comportamenti dilatori” l’audit. Il report fu trasmesso il 4 settembre 2014 per “ulteriori verifiche”, senza esiti. Il 7 luglio 2015 Giustini avrebbe chiesto “la restituzione di qualsiasi copia del documento” ritenendo “opportuno che non fosse circolarizzato”.


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